Principale causa di disabilità nel mondo, ne soffrono circa 1 miliardo di persone. Un dato preoccupante, soprattutto se pensiamo che ad oggi non sono ancora state messe a punto delle cure risolutive. Stiamo parlando delle patologie neurologiche e il compito che si prefigge Luigi Manni, neuro farmacologo e ricercatore all’Istituto di Farmacologia Traslazionale del CNR dal 2010, è quello di contribuire allo sviluppo di molecole per curarle. Noi l’abbiamo intervistato.
I neuroscienziati cercano di dare risposte a domande come: in che maniera ricordiamo? Cosa sono le emozioni? Cos’è la coscienza? Rispondere a queste domande ci può permettere di aumentare in qualche modo la qualità della nostra vita, andare verso un invecchiamento più sano e relazionarci con il mondo che ci circonda in maniera più biologica.
Si occupano di Neuroscienze psicologici, psichiatri, neurologici, anatomisti, biologi molecolari, matematici, fisici, nonché studiosi del comportamento. Un neuroscienziato non può avere tutte queste competenze. Studiare Neuroscienze, quindi, significa da un lato approfondire la propria tessera di questo grande mosaico e, dall’altra parte, non perdere mai di vista la visione generale del mosaico.
Il vero limite oltre il quale non siamo andati ancora è quello della cura. L’oncologia ci ha messo a disposizione negli ultimi 10 anni strumenti efficaci per curare il cancro: questo non è successo per le malattie neurologiche. Oggi come oggi, si stima che circa 1 miliardo di persone nel mondo soffrano per una patologia neurologica. Sono la principale causa di disabilità nel mondo e tutto ciò è legato principalmente all’invecchiamento della popolazione.
Le cefalee, il dolore neuropatico - circa il 10% della popolazione italiana soffre di sindromi dolorose riconducibili al dolore neuropatico - e gli esiti degli ictus. L’ictus riguarda circa 200.000 pazienti all’anno ed è una delle prime cause di morte.
Le epilessie, le encefaliti e le meningiti virali o batteriche, e le paralisi cerebrali secondarie sia a traumi esterni sia a cause organiche.
Innanzitutto, l’evoluzione dei criteri diagnostici. Disturbi del comportamento che prima non venivano classificati in questa categoria, ora vengono catalogati come disturbi più o meno gravi dello spettro autistico. Nella maggior parte dei casi, però, siamo di fronte ad alterazioni nel comportamento, piuttosto che nel neuro sviluppo, che dipendono dallo sviluppo cognitivo, dallo sviluppo delle capacità di apprendimento, dallo sviluppo sociale. Dovremmo quindi interrogarci su quali tipi di stimoli, quali tipi di modalità di crescita neurologica, stiamo proponendo ai nostri figli in questa epoca storica.
Penso a tutti gli stimoli che portano i nostri figli a isolarsi piuttosto che a promuovere una socialità, come i mezzi di comunicazione di massa o i social media. Quando i ragazzi stanno un’ora, due ore su Instagram, nel cervello si scatenano dei meccanismi che sono analoghi a quelli delle tossicodipendenze. Tutta la neurochimica del reward, della ricompensa, si attiva senza che ci sia stato niente di fisico o di emotivo che lo giustifichi. Il mio mentore diceva sempre che un bambino dovrebbe correre dietro un pallone, piuttosto che perdere il suo tempo davanti a un video gioco o un cartone animato.